Barcellona #Cudriec #Emanuela Gizzi

Perché Barcellona è pluralità, sempre.

In Città, Diari di viaggio by Emanuela GizziLascia un commento

Una città ribelle e fiera, sotto il sole della Spagna, mentre Picasso le ha lasciato scolpiti nel cuore tutti i suoi poteri indissolubili.

Preferisco parlare della città che ricordo, la Barcellona che conosco, libera e saggia, il cui spirito invasivo percuote lo stomaco

Barcellona – Photo Credit: Emanuela Gizzi

Barcellona e gli strati sottili di pelle

Spesso una città la si vive e la si capisce appieno l’ultimo giorno, quando anche l’isola più remota ti si è svelata davanti agli occhi. Il giorno che mi sono accorta di Barcellona era anche l’ultimo prima di lasciare la Spagna: l’ho vista solo andando verso il porto e poi lungo il mare, camminando a piedi verso nord, oltrepassando le spiagge, oltrepassando i quartieri che vi si affacciano, andando incontro -sul viale palmato- ai passanti. Passanti di ogni tipo. Il mondo intero praticamente. E alla felicità.

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Barcellona lungo mare – Photo Credit: Emanuela Gizzi

Sì, la si poteva respirare a pieni polmoni, la felicità, c’erano solo sorrisi, solo umori divertiti, e poi la salsedine, le sculture di sabbia e, in lontananza, quel promiscuo spessore dell’aria, ondulato-ubriaco, innescato dal contatto tra il caldo e l’asfalto.
Aria sensibile al solletico della sabbia. Mare sopraffatto da un elemento clandestino, la pluralità degli individui, che si erano conquistati la scena relegando l’acquatica presenza a parte marginale, quasi inosservata.
Barcellona ha tante vesti, quella più singolare è che da centro città si trasforma in luogo di mare, guazzabuglio di gente in costume e corpi ambrati; quella più carismatica, e se vogliamo anche più scontata, è che dal Parque Guell alle Tapas alla Desigual ogni contributo ci racconta l’arte di Picasso.

Sospesi nell’aria di Barcellona

Ciò che forse non ci si aspetta è la Barcellona, trecentosessanta gradi, vista da una funicolare. Ero in alto, sul punto più alto del Montjuic. E sotto correva tutto, fino al mare, fino a questa inarrivabile terra blu e al suo circo di imbarcazioni, grandi e piccole, e alle spiagge con i bagnanti, prima così vicini adesso disegni di una terra che dall’alto tramutano.

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Barcellona dall’alto – Photo Credit: Emanuela Gizzi

Ho pensato a l’onnipotenza, a come, volare di per sé, è una di quelle sensazioni che non appartiene agli uomini ma solo agli uccelli. E non è proprio la stessa cosa che prendere un aereo. Sei a stretto contatto con l’aria che ti scivola tra le dita mentre i piedi non toccano più le orme.
Ho pensato a quanto innaturale sia volare, visto che non ci hanno dato le ali, e a quanto invece ci appartiene nella testa, quante immagini produciamo in pochi secondi, quanti i pensieri che sprigioniamo. Lo stesso succede quando ho bisogno di scattare una foto, è un volo pindarico, è una di quelle planate incredibili che non hanno confini. Forse perché, nel pensarmi un gabbiano, i confini non hanno più importanza.

Seduta nel vuoto di quella mattinata ho lasciato che il porto, dall’alto, mi raccontasse la sua storia di colori, e che la stessa acqua  vista prima, sfondo solitario di un’altra scena, diventasse predominante, un viaggio nel viaggio. Scendendo di lì, a parte le gambe che sembravano scollegate dal corpo, tutto il resto di me riprendeva possesso di una banchina, di un passante, di una palma e poi de la Ramblas, che ho ripercorsa assorbendo altre immagini a rallentatore. Fino al Mercato della Bouqueria, fino a un bicchiere colorato, pieno di frutta. Come se la pace fosse custodita in un semplice bicchiere di frutta.

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Perché Barcellona è pluralità, sempre. ultima modifica: 2017-08-23T13:48:15+00:00 da Emanuela Gizzi
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Emanuela Gizzi

Se avessi un modo per definirmi non scriverei. Probabilmente sono l’insieme di tutte le parole che mi sono servite per definire altro. Probabilmente sceglierei un albero come simbolo di me stessa: le radici salde e i rami liberi.
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